L’Unione europea, la nuova Unione Sovietica, non contenta di far scappare tutti gli investitori più innovativi, di regolare e tassare chiunque, in un continente già di per sé poco attrattivo a causa delle politiche regolatorie degli Stati, tra le più restrittive, e delle pressioni fiscali nazionali, tra le più alte al mondo (vedasi Francia e Italia), ha ben pensato di attaccare ancora una volta i colossi dei social network. In questo caso si tratta di Meta, verso la quale ha ipotizzato sanzioni miliardarie se non rispetterà religiosamente i folli dettami del Digital Services Act. Secondo il DSA le piattaforme devono analizzare rischi come: la diffusione di contenuti illegali, gli effetti sulla salute mentale (soprattutto per i minori), la manipolazione degli utenti, le interferenze elettorali, la violazione della privacy e dei diritti d’autore. Praticamente controllare tutto.
Il caso attuale su Meta riguarda proprio il “design additivo” e vengono contestate funzionalità come lo scroll infinito, l’autoplay dei video, le notifiche push, gli algoritmi di raccomandazione, i contenuti promozionali e i contenuti personalizzati. Tutte funzioni che creerebbero dipendenza, secondo i burocrati. In sostanza, ciò che rende i social attrattivi sarebbe ciò che crea più dipendenza e, quindi, le più grandi aziende big tech al mondo dovrebbero rinunciare a ciò che rende interessanti le loro piattaforme, e ai relativi introiti, perché qualcuno a Bruxelles ora crede che (dopo decenni) siano nocive. Come se non esistessero altre dipendenze o come se non ne nascessero di nuove, o clandestine, ogni qualvolta si rendano meno attrattivi, a causa delle regole, i prodotti e i servizi legali.
Il proibizionismo non ha ancora insegnato nulla: esempi come i divieti su alcol, gioco d’azzardo e droghe leggere hanno dimostrato che, quando lo Stato limita fortemente l’offerta legale, quella irregolare prospera, favorendo la criminalità organizzata. Tutto questo senza considerare che i social network si possono frequentare o no, liberamente, e che nessuno ha mai puntato la pistola alle tempie degli europei per costringerli a iscriversi a Facebook o Instagram.
L’Ue continua con l’eurodelirio dello Stato etico, volendo stabilirsi quale arbitro assoluto di ciò che sia bene e ciò che sia male per i cittadini, ancora una volta senza considerare le loro libertà individuali e il libero mercato. Sempre volendo stabilire, come fosse nostra madre, cosa ci fa bene e cosa ci fa male. Insomma, l’Ue, per giustificare la sua stessa esistenza e ritagliarsi un ruolo, non può che regolare, dirigere il mercato, limitare le libertà e sanzionare per incassare.
L’ipotesi di sanzione nei confronti di Meta, qualora non “corregga” le piattaforme, è che, con totale discrezionalità, la multa possa ammontare fino al 6% del fatturato globale dell’azienda: una cifra che si aggirerebbe intorno ai 12 miliardi di dollari. Se si considera solo il fatturato in Europa, si tratterebbe invece di circa 3 miliardi di multa. Insomma, il solito escamotage per incassare, con la scusa della salute pubblica e di proteggere i cittadini. Quando, in realtà, i cittadini avrebbero bisogno proprio di meno Stato e di essere protetti dalle invasioni di campo dell’Unione Sovietica europea, divenuta una matrigna cattiva.
Nel frattempo, in Europa resistono alla matrigna, con un modello che favorisce investitori e grandi aziende, portatrici sane di occupazione e gettito, alcuni Paesi come Olanda, Estonia, Lituania, Cipro e Malta, con tassazioni molto basse per le società di capitali. Mentre, fuori dal continente, favoriscono le big tech anche sul piano regolatorio Paesi come gli Emirati Arabi Uniti, l’Argentina, El Salvador e, ovviamente, gli USA, che spingono i tycoon a investire ancora in occupazione, sviluppo e ricerca.
Noi liberali non possiamo che auspicare che l’Italia si opponga a tutta quest’eurofollia e possa diventare un giorno un modello virtuoso nell’attrazione delle aziende del presente e del futuro.
Da Il Tempo del 12 luglio 2026



